martedì 28 settembre 2010

Promettiamo: dopo non parleremo più di Pennacchi



di seguito riportiamo la prefazione

Perché Pennacchi resiste al tempo. E perché noi abbiamo resistito a Pennacchi. Ci incrociammo molti anni fa, all’epoca di Palude, quando il vincitore del Premio Strega 2010 era noto agli intimi e a un manipolo di deliranti estimatori. Quelli disposti a litigarci da mane a sera. Quanto ai nemici, ci misero un po’ ad accorgersi di lui. Fu troppo tardi. Per il vero, agli esordi di Pennacchi ce n’erano due: «Scrittore e operaio alla Alcatel Cavi di Latina». Così volle scolpito nel volume («L’Italia mondiale», 1/1998) in cui ospitammo la sua prima storia.

Su Sabaudia, «l’unico posto dell’Agro Pontino in cui non s’è mai visto il fantasma del Duce». Spettro redento, cui il nostro attribuiva «spiccate tendenze uliviste», addirittura in quota Veltroni (D’Alema pare non l’abbia mandata giù). Vabbé che erano in due – l’operaio e lo scrittore – pure mai avremmo divinato che da quello zampillo fosse per scaturire il fiume delle «Città del Duce» più vari altri scritti. Diversi per tema e svolgimento, identici nel proposito di devastare il bersaglio di turno.

Ce n’è per tutti i gusti, come il lettore di questa antologia vorrà constatare. Fra le umane categorie investite dalla prosa pennacchiana – tratti di Neandertal o di strettissima attualità – quella dell’accademico eterno glossatore di se stesso ci pare la più detestata. Se poi il prof è uno storico, Pennacchi non avrà pace – e non ce ne darà – finché non avrà dimostrato, documenti alla mano, la sua Verità. Scusa Antonio: la Verità.

A un certo punto Pennacchi il Bino s’accorse che rischiava di finire Trino: scrittore, operaio e storico. Non solo gli toccavano i turni di notte a smanettar fra i cavi, di giorno doveva raddrizzare alla sua dolce maniera la storia falsificata dagli storici.

Fu così che, forse ispirato dalla rilettura del De Trinitatis Erroribus di Michele Serveto, il Nostro abbracciò l’unitarismo. In due mosse. Prima statuì l’unità di storia e scrittura nella sua Persona: «Io nasco narratore. Storico mi ci sono dovuto fare perché non c’era nessun altro». Amen. E fuori uno. Restava il dilemma: scrittore o operaio. Voi Bino dovendo farvi Uno a cosa rinuncereste? Per una volta Pennacchi fu banale: rinunciò alla fabbrica. Gioco partita incontro.

Adesso Pennacchi è famoso. Ha vinto lo Strega con il libro della sua vita, Canale Mussolini. E allora Pennacchi di qua e Pennacchi di là. Altro che Bino e Trino, quanti Pennacchi ci vorranno per correre a tutte le celebrazioni, a ritirare omaggi e premi, sembra pure una laurea honoris causa in paleontologia dall’Università del Circeo?

Noi che un po’ lo conosciamo, di tre cose siamo certi: che non smetterà di romperli, sempre e comunque, specie ai suoi adoratori; che continuerà a raccontarci le sue storie – pardon, la Storia – su Limes, come da dodici anni; e che se per caso cambiasse idea, lo andremmo a cercare sotto casa. L’indirizzo ce l’abbiamo.

domenica 19 settembre 2010

Per Alessandro

Scrivendo queste righe vogliamo stare vicini ad Emanuela per il grave lutto che ha colpito la sua famiglia.

Il Ten.Alessandro Romani era infatti suo nipote.

E’ morto in un paese, ormai da secoli, terra di conquista da parte di tutti. Da ultimi: inglesi, sovietici, americani.

E’ morto convinto che il suo lavoro potesse essere d’aiuto al popolo afgano.

E’ morto per mano di chi quell’aiuto lo rifiuta.

Non vogliamo qui addentrarci in un approfondimento geopolitico che non ci vede preparati.

Vogliamo solo ricordare il Ten. Alessandro Romani, un italiano morto, in terra straniera, anche in nostro nome.

Il libro di settembre: Canale Mussolini

Così come critici letterari, prima e dopo la vittoria del Premio Strega 2010, non si sono trovati concordi nel giudicare il libro di Antonio Pennacchi, anche nel nostro piccolo gruppo di lettori a Lucoli c’è stato un vivace dibattito.

IL LIBRO

Il canale Mussolini è  l'asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l'acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti. E poi c'è lei, l'Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto.

LA DISCUSSIONE

Tutti coloro che sono intervenuti hanno sottolineato che per la coralità dell’azione Canale Mussolini è stato giustamente paragonato al Mulino del Po di Riccardo Bacchelli.

Lo stile così come l’ispirazione di fondo può essere considerato verista.

Ci sono dei passaggi molto drammatici nel libro ma anche istanti di comicità genuina e irresistibile, come quando il Duce e Cencelli – l’ideatore della costruzione della città – inaugurano Pontinia (il 19 dicembre del 1934): “Ci sono ancora in giro queste foto del Duce che mette la calce con la cucchiara sulla prima pietra, e a fianco Cencelli (reduce da un incidente automobilistico ndr.) che pare una mummia, dentro la divisa della milizia con la camicia nera, ma con tutte le fasce e le garze bianche a fasciargli il collo, il mento, metà della faccia e la capoccia tutta intera sotto il fez nero. Pare Tutankhamon”.

E’ solo la storia della pianura Pontina? No ad esempio  il matriarcato che si instaura nel podere dei Peruzzi: la nonna che comanda, che sovrintende alle nascite e ai matrimoni e alle morti e il nonno all’osteria è comune a tante zone rurali , anche abruzzesi,  .

I dissensi nella discussione sono sorti nell’affrontare la visione storico-politica di Canale Mussolini.

E’ stato definito da alcuni di noi un libro pericoloso, che sdogana il fascismo, che semplifica eccessivamente un periodo storico. Ad altri lettori non è sembrato affatto che si evidenziassero pericoli di questo genere in quanto i fatti apparivano come il vissuto di gente semplice, lontana dalle problematiche e dalle sottigliezze della politica.

Per non sbagliare riportiamo alcuni brani di un’intervista rilasciata a Miro Renzaglia e  che potete leggere per intero sul sito www.ariannaeditrice.it



Renzaglia -In effetti, credo che ci siano pochi appunti da fare al libro sul piano della corrispondenza alla verità. Solo che ti dovrai sorbire la cicuta di quelli che “la storia non si revisiona”.

Pennacchi-Che vor di’?

Renzaglia-Dài, lo sai meglio di me: il fascismo, male assoluto, non può essere rivalutato storicamente. E tu, volente o nolente, racconti di un fascismo che prima toglie la terra ai ricchi, poi la bonifica e infine la regala ai contadini.

Pennacchi-Senti, il fascismo ha fatto un sacco de puttanate, dalle leggi razziali alle guerre contro sto mondo e quell’altro. Ma mica gliel’ha ordinato nessuno de fa’ le bonifiche e de fondà le città. L’ha fatto perché pure questo c’era nel suo Dna. Anzi c’era più questo delle puttanate che ha fatto. A me che me ne frega de quelli che vonno restà attaccati alli pregiudizi loro? La storia del fascismo è pure quella delle bonifiche. E io la racconto. Nun je piace? E nun la leggessero…

E noi l’abbiamo letto….

Non si tratta del libro, molto originale anche nello stile e  che ha comunque un suo valore letterario…forse è la personalità di Antonio Pennacchi che risulta difficile…

Il prossimo libro di cui parleremo sarà: 

A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman.

Ci incontreremo sabato 14 novembre sempre alle ore 16,30