lunedì 27 febbraio 2012

JU 'NDRUJU di Franco Narducci

Dialetto, gergo, slang, vernacolo, volgare

 

L’italiano è la lingua ufficiale nella Repubblica Italiana, sebbene non ci sia un articolo della Costituzione che lo riconosca.

E il dialetto?

Federico Fellini ha scritto che: Il dialetto è come i nostri sogni, qualcosa di remoto e  rivelatore. Il dialetto è la testimonianza più viva della nostra storia l’espressione della nostra fantasia.

Per Andrea Camilleri, il dialetto"Se rimane entro certi limiti e non asseconda istinti leghisti, va bene. Per essere chiari, sarebbe deleterio legiferare l'obbligatorietà del dialetto. Abbiamo una lingua, l'italiano, che al 90 per cento è stata l'artefice dell'unificazione del Paese, e dobbiamo salvaguardarla. I dialetti sono una grande risorsa per la lingua madre e tali devono restare. Esistono solo perché c'è un idioma condiviso da tutti. Ad esempio, invece di saccheggiare le lingue straniere, basti vedere l'abuso di anglismi oggigiorno, potremmo attingere ai nostri dialetti per innervare l'italiano e per salvare la nostra memoria. Ed è quello che io faccio nei miei romanzi".

Per Enzo Sellerio: “il dialetto e l'approfondimento della nostra storia sono un argine al dissolvimento della memoria.”



“JU ‘NDRUJU” si intitola l’ultima raccolta di poesie di Franco Narducci.

Scrivere poesie in dialetto non è un puro esercizio di stile, vuol dire vivere tutti i giorni tra la gente, ascoltare le paure, i dubbi, le speranze, il sarcasmo, i ricordi, l’ironia e poi mettere a disposizione di chi non ha voce la propria capacità. Nascono così, io credo, le poesie di Franco.

Nell’introduzione Gianfranco Formichetti scrive: “un libro di poesie variegato e intrigante, una testimonianza significativa di una poetica che sa muoversi tenendo i piedi nel borgo e la testa nel mondo”.

mercoledì 22 febbraio 2012

Adriano Olivetti. un secolo troppo presto

Questa mattina voglio parlarvi del libro di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti: Adriano Olivetti un secolo troppo presto.

Lo stile grafico utilizzato è molto particolare, una tecnica mista tra matite e collage che colpisce in maniera inevitabile il lettore, richiamando una modernità, se non addirittura una “futuribilità”, che si adeguano bene al personaggio di cui si racconta.

Siamo nel 2061 la studentessa Miriam Lo Cascio deve approntare la sua tesi di laurea: Adriano Olivetti-prove di nuovo rinascimento italiano nel cuore del novecento.  Decide quindi di viaggiare a ritroso nel tempo per incontrarlo per una breve intervista. E’il 26 febbraio 1960, il giorno in cui Olivetti muore.

Un pensiero, quello di Adriano Olivetti, di grande attualità; in un’intervista rispondeva a chi gli chiedeva se il suo pensiero non fosse utopico:“Beh, ecco, se mi posso permettere, spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”.

 

 

venerdì 10 febbraio 2012

Un giorno da monaco di: bikkhu Medhananda

Qualche tempo fa ho chiesto agli amici che sono in giro per il mondo di scrivere qualche riga per raccontare le loro avventure.

Mi ha risposto Roberto (bikkhu Medhananda); nato a Roma vive da oltre un anno in Myanmar, monaco in un tempio buddista.

 

Yangon, Myanmar 16/01/2012

Eccomi sveglio, o almeno quasi, la sveglia non ha ancora suonato e sono le  03.10 del mattino; la zanzariera sul letto crea una sorta di limite tra il mondo del giorno, della veglia e quello più scuro e intangibile del sonno, per sentirmi veramente sveglio e non ricadere addormentato ne devo uscire.

Un altro giorno è iniziato, da quando ho iniziato la meditazione intensiva un anno e mezzo fa, le giornate si susseguono quasi tutte uguali: la routine igienica mattutina, la vestizione  … non molto dubbio su che cosa mettermi ora che sono stato ordinato monaco :-) .

Eccomi pronto;  torcia tascabile alla mano per non disturbare gli altri , salgo le scale che portano alla sala di meditazione e  accendo le luci. Do un'occhiata per vedere dove è il geco ,che chiamo “Capoccione” una razza di geco almeno 10 volte più grande dei geco a cui siamo abituati in Italia, la testa e gli occhi assomigliano a quelli di un serpente, la pelle è grigia punticchiata di amaranto. E' da qualche settimana che ha preso come dimora fissa la sala di meditazione;  i suoi “orari” sono diametralmente opposti ai nostri di meditatori, quando lui dorme nascosto dietro qualche tenda , siamo in meditazione, la notte quando finalmente  andiamo   via spegnendo le luci lui inizia la sua caccia notturna. E' divenuto una sorta di mascotte, io , Dhamma Wuda  il mio compagno di meditazione, Daw Vira la monaca americana che  si prende cura dei meditatori stranieri, facendo finta di niente ogni tanto diamo un'occhiata per vedere se è  in uno dei suoi angoli di riposo preferiti, e  un po' di disappunto sorge  se non è lì.

Geco a parte, inizio la meditazione camminata per riattivare la consapevolezza, e rendermi conto di che umore sia la mente oggi; sì, non è sempre uguale e non è prevedibile ; la regola è : qualunque stato mentale sorge, prenderlo come oggetto di meditazione. La consapevolezza è fondamentale per  non farsi risucchiare dai pensieri, e dagli umori; l'obbiettivo non è non pensare ma esserne consapevoli quando accade.

Bene, oggi non è poi tanto male, avverto anche un po’ di gioia che rende la concentrazione più profonda; ora faccio la prostrazione per omaggio al Buddha, Dhamma, Sangha e mi accomodo per la meditazione seduta, chiudo gli occhi, un paio di respiri e …. eccomi in pieno nel mondo della mente.... in- out, in – out…

c'è una sensazione piacevole nel cranio, come un massaggio nel cervello, è il sintomo dello stato mentale chiamato“Passadhi” in lingua Pali che si può tradurre in italiano con tranquillità; in out, in out, la mente si scioglie come il burro, il corpo la segue.... bene, ma anche questo è un oggetto, non mi devo coinvolgere altrimenti sorge attaccamento... lo osservo, in out, in out  adesso mi stacco da questa sensazione e osservo il corpo, la postura, poi ai punti di contatto, devo mantenere la mente consapevole di quello che avviene. La mente adesso è chiara luminosa, il respiro si è fatto sottile, quasi impercettibile.

Sono le 05.20; questa mattina un'ora e mezza è passata velocemente ed è ora di colazione, il corpo fa presente le sue necessità. Riapro gli occhi e riatterro nella sala di meditazione,  il tempo per sistemarmi  e scendere  per mettermi in fila sul viottolo che porta alla mensa. E' ancora buio, tutti i monaci, monache, meditatori laici escono lentamente  dalle altre sale di meditazione, si dispongono anche loro in fila secondo l'ordine prestabilito... ecco  suona il tam tam che chiama per il pasto.

Eccomi di nuovo in camera finita la colazione; ho il tempo per la toilette. Apro le finestre del bagno e osservo il sole che spunta da dietro una palma da cocco, l'aria mattutina è fresca, piacevole.

Ho ancora 10, 20 minuti di tempo per pulire lo spazio comune   che mi è stato assegnato come dovere, e poi mi devo preparare per il “Pindapada” ovvero la questua per il cibo.

E' l'evento più fisicamente attivo della giornata, a iniziare dalla vestizione, si perché l'abito monacale, pur essendo molto semplice nella fattura, (sono due teli uno dalla vita in giù e l'altro dalle spalle in giù) può essere vestito in differenti modi a seconda dell'occasione sociale e della tradizione nella cui si è stati ordinati.

Per uscire fuori dal monastero il telo superiore si accomoda come una cappa, con collo ben pronunciato, che specie all'inizio quando non si è pratici richiede molta pazienza e sangue freddo per prepararlo e  andarci in giro; sì perché non si usano spille o fermagli , il nodo fondamentale del vestito viene tenuto bloccato dalla pressione del braccio sinistro sulla stoffa sotto l'ascella, che quindi per tutto il tempo deve rimanere ben serrata altrimenti tutto si apre e.... che dire se ti succede  quando sei in mezzo alla strada pubblica con tutti gli occhi puntati?

Finita la vestizione vado a piedi scalzi verso il cancello dove gli altri monaci si stanno preparando e quando tutti sono pronti si esce in ordine di anzianità monastica. Devo dire che il Pindapada in questo monastero (come credo in tutta la Birmania) è un evento formalizzato non proprio come lo pensavo prima di farne esperienza; dai sutra si capisce che all'epoca del Buddha, ogni monaco provvedeva principalmente al proprio fabbisogno giornaliero di cibo e se ne aveva di più lo metteva a disposizione della comunità. Al giorno d'oggi quasi ogni monastero ha la sua cucina, e prepara il cibo acquistato con i soldi delle offerte dei devoti, quindi in realtà il Pindapada non è strettamente necessario in termini di sussistenza,almeno per questo  monastero dove risiedo, tuttavia  è un evento molto sentito e apprezzato dalla comunità che vive nei dintorni e mantiene il suo significato di pratica di umiltà  per i monaci.

Eccomi in strada: terra, sabbia,sassi con i  piedi scalzi bisogna fare molta attenzione a dove si mette il piede, seguo con gli occhi i piedi del monaco che mi precede, ci sono un gruppo di oche  sul fianco della strada e quando gli passo davanti le saluto, una piega la testa in avanti, sembra che mi risponda:-).

Il ragazzino aiutante di turno, comincia a percuotere il gong anticipando la fila dei monaci di un centinaio di metri, per avvisare gli offerenti di prepararsi, quando arriviamo davanti a loro a turno si apre il coperchio della ciotola  ed ecco la prima cucchiaiata di riso bianco illuminare il fondo nero della ciotola, un passo avanti e un altro offerente,  un'altra cucchiaiata  e la ciotola comincia a scaldarsi.

File di bambini con le mani giunte a bocciolo di loto (angiali) mostrano rispetto ai monaci e  in cambio ricevono caramelle (questo aspetto non è proprio tradizionale, ma è sicuramente  molto gradito dai bambini).

Rimango stupito e commosso dal vedere con quanta costanza giorno dopo giorno le persone accorrono per donare, chi una  piccola cucchiaiata di riso, chi un piattino di qualche pietanza come lenticchie, pesce, patate o frutta,bustine di caffè istantaneo ecc., il tutto raccolto, tranne che il riso, da altri aiutanti che con portavivande alla mano ricevono le offerte.

Ci ho messo un po' a capire quale è  la motivazione che spinge queste persone giorno dopo giorno ad offrire  senza aspettarsi nessun ringraziamento da parte dei monaci: è il piacere del donare , la consapevolezza di fare un’azione meritevole .

Il Buddha  lo ha messo al primo posto nella scala degli atti meritori,   per guadagnarsi una favorevole rinascita nella strada verso il Nibbana e per accrescere la felicità e la ricchezza terrena . Ma non solo lui, nelle maggiori tradizioni religiose la generosità  è tra le virtù più lodate; per esempio Mohamed, il profeta dell'Islam,  incita instancabilmente i fedeli a essere generosi e addirittura  la consiglia come terapia per guarire da molti mali, specie quelli mentali ; donare è un atto che sicuramente allarga il cuore e predispone la mente a lasciar andare, ad ammorbidirsi;

Andiamo avanti, il giro continua. Si percorrono molte delle stradine del villaggio secondo un percorso stabilito che si ripete tutti i giorni. Ogni strada ha i suoi donatori, molti sono abituali, altri sporadici, alcuni iniziano, altri smettono, non c’è nessun obbligo da parte di nessuno, neanche per i monaci che, se per altri impegni un giorno decidono di non uscire, non devono avvisare nessuno, comunque il cibo non viene mai sprecato.

Ogni stradina ha le sue caratteristiche, i suoi bambini bellissimi e dolcissimi, i suoi cani, gatti, mucche, galli e galline. Mi fa sempre ridere un cane che appena sente il gong che si avvicina, comincia la sua canzone ululante e  si unisce alla processione dei monaci  giocando con il ragazzino che lo suona, sino a che entriamo nella zona di un cane più vecchio e piccolo che però si fa rispettare, hanno un po' lo stesso pelo, forse è il padre.

In un'altra stradina c'è una donna con due bambine vestite uguali, quando arriviamo le piccole cominciano a recitare in coro: Namo Ta-assa, Namo Ta-ssa, con le “S” dei bambini a cui manca qualche dente.  Puoi facilmente indovinare che è la nonna con le nipotine e che impone alle bambine la recita, ma loro sono contente, e puoi anche indovinare che sono ambedue molto intelligenti oltre che carinissime.

A volte prima di iniziare il giro, mi sento un po' demotivato: la mente è sul negativo, i sassi appuntiti sotto i piedi peggiorano la situazione  e il caldo e la polvere e la mente si ribella. Poi improvvisamente una faccina sorridente con il suo piattino di riso  mi si avvicina, ci scambiamo un occhiata,  lei si alza in punta dei piedi il riso cade nella ciotola ….... ops qualcosa sta cambiando dentro …. la ciotola si scalda, il cuore pure …...tutto sommato oggi non è poi una cattiva giornata:-) .

C’è un altro aspetto interessante che ho notato, i genitori ci tengono a mostrare i loro bambini ai monaci,  spesso fanno anche  tratti di strada con il piccolo  in un braccio e l'offerta nell'altro   e spesso fanno dare a loro le offerte; sarà un po’ come in Italia dove i frati venivano accreditati di portare fortuna.

Devo dire che  viene spontaneo  verso chi ti offre del cibo provare una profonda riconoscenza e simpatia ovvero“Metta” una parola Pali che si può tradurre con “gentilezza amorevole” , uno dei quattro stati mentali più nobili  che sono nel flusso della coscienza umana . Sarà un caso ma sono tutti sorridenti quando arriviamo piccoli e grandi e pure i cani sembrano prendere parte alla festa.

In tutto questo non posso dimenticare di descrivere il posto, il villaggio  è costituito per la maggior parte da case di legno   su palafitte con appezzamenti di terreni coltivati circostanti , poche sono le case in muratura. Le strade sono in terra battuta, alcune in cemento, solo le principali in asfalto.

L'acqua proviene dai pozzi, molti  l'estraggono  in modo manuale , con una lunga canna di bambù usata a mo’ di bilancia per pescare l'acqua a 3-4 metri di profondità. Per quello che ho potuto vedere cucinano con fuochi a legna e coltivano ortaggi e frutta nel loro terreno.

La mattina vedi gente che va al lavoro,  mi ha sorpreso vedere che invece della borsa o zaino, loro si portano il portavivande col cibo.

Con tutto che le condizioni materiali in cui vivono non sono tra le più avanzate,li vedi comunque per la maggior parte ben vestiti,  puliti, dignitosi, bambini compresi.

Devo dire che i primi giorni mi sono sentito un po' colpevole, vedere questa gente che ti offre da mangiare   uscire  da queste casettine di legno o bambù e io che poi una volta tornato al monastero ho la mia cameretta di “lusso” con il bagno privato e doccia calda,  ho sentito un po' stridere dentro.

Bene il giro è quasi terminato, passiamo per la stradina più popolosa dell'intero percorso, ciurme di bambini che giocano per strada, tutti impiastricciati in volto alcuni con simpatici ghirigori.... sì, è l'usanza nazionale in Myanmar, le donne si spalmano principalmente sul volto e sulla pelle esposta al sole una crema naturale,  di origine credo vegetale,  color avana pallido, spesso anche in quantità industriale tale da  creare uno spesso cerone. Le mamme poi la spalmano sul volto dei  figli, spesso con un po' di fantasia,  e allora li vedi con queste buffe faccine.

Nell' ultima fila di offerenti prima di rientrare,  c’è un bambino molto carino di circa un anno sempre sorridente, ma anche un po' speciale, dà l'impressione che sarà un futuro monaco, e non è solo la mia impressione perchè il monaco capo fila ogni tanto scherza e fa il gesto di prenderlo per mano e portarlo al monastero e lui segue volentieri,  ma subito una o più mani lo tirano indietro... non si sa mai!!

Eccoci al cancello,  rientriamo uno alla volta, svuotiamo le ciotole colme di riso nel recipiente di raccolta e  ognuno torna lentamente alle proprie attività, meditazione Vipassana la mia.

Tranne il pranzo, il succo di frutta pomeridiano e la recitazione dei sutra serale il resto della giornata si alterna tra meditazione seduta e camminata sempre in silenzio .

Per chi non è avvezzo alla meditazione intensiva un tale ritmo  può essere inconcepibile, per chi lo fa è naturale: ci si abitua a convivere con tutte le emozioni, esaltanti o deprimenti, a non esserne coinvolto più di tanto, osservarle, vedere come nascono, durano per un po’ e poi scompaiono. La mente diventa osservatrice di se stessa, impara a riconoscere gli stati mentali a riconoscerne gli effetti sul corpo, sul respiro. E' stupefacente rendersi conto di quanti tipi di respiro possiamo avere, alcuni possono essere veramente strani, come delle rotazioni nel petto, o con spostamenti laterali  o frammentati come piccoli sussulti o vibranti, ed ognuno corrisponde ad uno stato mentale.

Il principio della meditazione Vipassana è molto semplice quasi banale oserei dire : osservazione consapevole delle sensazioni corporee e mentali,  con la continua osservazione la mente impara da sola; infatti non c’è bisogno di concettualizzazione, di capire intellettualmente,  basta mantenere per un tempo sufficientemente lungo l'attenzione su un oggetto come il respiro e qualcosa accade, a volte qualcosa di strano, inaspettato:  è così che arrivano gli “insights” ovvero le intuizioni profonde dove, senza sapere come e perché, si capiscono certe cose con una sensazione di assoluta verità.

Certo non è tutto rose e fiori perché: primo la mente, abituata come è alle distrazioni, a saltare da un oggetto all'altro, difficilmente si convince a rimanere concentrata su uno o su pochi oggetti e se forzata comincia a mettere in moto una serie di autodifese che sono conosciute come i cinque ostacoli, i quali si ripetono in sequenza sino a che la concentrazione non diventa abbastanza forte per superarli; secondo i contenuti di certe realtà che si svelano non sono  così gratificanti per l'ego, anzi.

Ma che dire, per me la conoscenza di se stessi vale bene un po’ di sacrificio, per questo sono in questo cammino.

Bene adesso è arrivata l'ora del riposo, è stata una giornata  di nuove esperienze per la mente   ma  il letto ora è invitante, la zanzariera è sempre lì a fare da limite tra il mondo della veglia e quello del sonno, mi preparo e

…....oltrepasso il confine .

 

 

 

lunedì 6 febbraio 2012

Charles Dickens

Duecento anni or sono nasceva a Portsmouth Charles Dickens.

Giornalista e romanziere inglese, è tra gli autori più conosciuti, anche in Italia, dal grande pubblico.

Chi, della generazione dei cinquantenni ed oltre, non ha pianto leggendo, magari in edizione ridotta, le disavventura di Oliver Twist o di David Copperfield? O non ha riso vedendo in televisione le avventure del Circolo Pickwick?

Ma soprattutto chi di noi, la notte di Natale, non ha compatito il cattivo Scrooge, riproposto in decine di versioni cinematografiche?

Strano destino quello di Dickens: osannato dai lettori durante la sua vita è stato snobbato e deriso dagli intellettuali inglesi; Virginia Woolf lo ha definito “scrittore inconsapevole”, ed è arrivata a dire “è uno scrittore per tutti e non è lo scrittore di nessuno in particolare; è un istituto, un monumento, una strada pubblica continuamente calpestata da milioni di piedi”.

A Dickens veniva rimproverata soprattutto la sua istruzione non universitaria, tanto che, sempre la Woolf,  aggiungeva che la simpatia di Dickens nei confronti dei suoi personaggi viene meno ogni qualvolta uno di loro può disporre di oltre duemila sterline di rendita all’anno o ha studiato all’università.

Eppure, forse per questo, a me Dickens è simpatico e mi chiedo perché in Italia non sia mai nato un autore capace di chiedere al suo lettore impegno sociale e cambiamento morale attraverso la narrativa.

Giulio Ferroni, autore di: ‘Scrittura a Perdere. La letteratura negli anni zero (Laterza)’, afferma: ”Possiamo individuare tre motivi principali. Il primo: in Italia è mancata la grande esperienza (grandissima invece in Inghilterra) dei romanzi del ‘700, epoca in cui da noi era ancora forte il peso del classicismo. Il secondo: è arrivata più tardi in Italia quella società industriale così piena di problematiche, ricca di cose nuove ma anche laceranti, che Dickens analizza nei suoi romanzi. Il terzo: è mancato il pubblico. Dickens poteva rivolgersi a un pubblico vasto e vario, che in Italia non c’è stato per il diffuso analfabetismo.”

Pure, occorre dirlo, alla fine del 1800 in Italia abbiamo avuto scrittori che possono essere paragonati, in parte, a Dickens: De Marchi, De Roberto, Verga.

Oggi la società postindustriale con le sue contraddizioni è in crisi e un Dickens contemporaneo avrebbe sicuramente di che raccontare. “Ma oggi –continua Ferroni- c’è una gran confusione e per quanto riguarda la letteratura è tutto parcellizzato, gli scrittori vivono nei loro culti separati, mente Dickens si rivolgeva a un pubblico globale” e ancora “ La grande letteratura nasce dalle grandi contraddizioni, dalle grandi difficoltà. Non so se può nascere dagli scrittori allevati in terra, o dai molti che escono dalle scuole di scrittura, pur se bravissimi”.

Per concludere: mentre  Dickens narrava di quello che viveva e lasciava al lettore il giudizio “morale” oggi si parte da un pre-giudizio e intorno si imbastisce una storia.

Beh, è un’altra cosa.

giovedì 2 febbraio 2012

Muhammad Yunius: "Il capitalismo è un`auto vecchia va cambiato"



Muhammad Yunus (in lingua bengalese: Muhammod Iunus)  (Chittagong, 28/giugno/1940) è un economista e banchiere bengalese.

È ideatore e realizzatore del microcredito, ovvero di un sistema di piccoli prestitidestinati ad imprenditoritroppo poveri per ottenere creditodai circuiti bancari tradizionali. Per i suoi sforzi in questo campo gli è stato assegnato il premio Nobel per la pace 2006. Yunus è anche il fondatore della Gramenn Bank, di cui è stato direttore dal 1983 al 2011.

 

 

Da "LA STAMPA" di lunedì 30 gennaio 2012

leggi l'intervista rilasciata a Francesco Manacorda