Sono passati 19 mesi dal 6 aprile 2009, tutti cerchiamo di dimenticare quei momenti.
Ci diciamo : ora è il momento della ricostruzione.
La rimozione può anche essere uno strumento necessario in alcuni momenti, la memoria però è essenziale per andare avanti.
Vi propongo per questo la lettura di "Venti secondi", un racconto di Marta Tridente.
MARTA TRIDENTE è nata a Molfetta (Ba) il 20/05/1961. "Laureata con lode in Filosofia, svolge mansioni di bibliotecaria presso la biblioteca comunale dì Rocca San Giovanni, dove risiede e vive dal giugno del 1983. I suoi scritti hanno vinto numerosi premi, con il racconto inedito "Venti secondi", dedicato al dramma del terremoto dell'Aquila, ha ottenuto nel 2009 il terzo premio assoluto in occasione del Premio Nazionale Histonium dì Vasto. [leggi il racconto]Venti secondi racconto di Marta Tridente
Mio padre era solito dire: "Quello che non accade in una vita, può succedere in un minuto". Solo che questa volta sono bastati venti secondi a cambiare tutto.
Ore tre e trentadue del 6 aprile del 2009. Sto dormendo profondamente. Sto perfino sognando. Non mi ricordo cosa. Poi, improvvisamente, il mio letto comincia a ballare, i vetri delle porte tremano, mia figlia maggiore mi chiama dalla sua stanza. Ho un'età sufficiente per capire che si tratta di un terremoto e di quelli belli forti. Mi alzo, vado in corridoio e dico a mia figlia di non avere paura. Ci spostiamo nel soggiorno. Accendo la luce. Il lampadario oscilla vistosamente. Chiedo a mia figlia che ora è: le tre e trentacinque. Non posso farmi vedere agitata da una ragazza terribilmente spaventata. Ma il mio cuore batte all'impazzata. Capisco subito che, dovunque sia l'epicentro, ha provocato qualcosa di brutto. Intuisco che non è vicino, altrimenti, probabilmente, potrei non essere qui a raccontarlo. Le gambe mi tremano, ma fingo sicurezza e invito mia figlia a rimettersi a letto. Mi chiede se si ripeterà. E' ovvio che sarà così. Ma la tranquillizzo dicendole che non accadrà ancora. Lei si infila sotto le coperte e io le resto vicino. Le accarezzo la fronte, come facevo quando era una bambina, perché so che questo le trasmette serenità. La verità è che mi prendo del tempo e ascolto. Tutte le fibre del mio corpo sono tese. Tutte le cellule del mio cervello sono allertate. Devo pensare. Mio marito non si è accorto di niente. Mia figlia più piccola dorme placidamente. Non la sveglio. Perché terrorizzarla? O sarebbe meglio dare l'allarme a tutta la famiglia? Per fare cosa poi? Scappare in strada nel cuore della notte in attesa di un evento imponderabile? Restare ad aspettare dentro le mura di casa, chiedendoti se rimarranno lì, solide come sembrano, sotto quel tetto che di solito ti sta sulla testa per offrirti riparo e protezione, chiedendoti se potrebbe diventare la tua pietra tombale crollandoti addosso? Intanto mia figlia è più calma. Mi ringrazia e mi dice di andare a dormire. La accontento, come se fosse facile ora distendersi su quel materasso, stando svegli con tutti i sensi attivati al massimo livello, ascoltando il minimo scricchiolio, il silenzio irreale che proviene dalla realtà esterna. Chissà perché non si sente nemmeno il latrato di un cane. Non riesco a riaddormentarmi. Non è possibile. Tanti pensieri cominciano a frullarmi per la testa. Pensieri strani e contorti. Dunque, dicono che in casi come questi non bisogna precipitarsi per le scale. Sono le prime a crollare. Niente balconi, non sostare vicino a porte e finestre, cercare di posizionarsi sotto un letto, un tavolo, sotto un muro portante. Non sono un geometra. Non ci capisco un accidenti di muri portanti. Non so assolutamente dove siano quelli della mia casa. Eventualmente chiudere i rubinetti del gas e staccare il contatore della corrente. Non farsi prendere dal panico. Ma qui ne avrei da dire. Mettiamo il caso, come è accaduto questa volta, che il disastro si verifichi in piena notte. Non contiamo i poveracci che hanno il sonno pesante e che non si sono accorti di nulla, per cui è facile che passino al sonno eterno senza rendersene conto. Ma tu, tu che sei iper- sensibile e ti sei svegliato che fai? Pensi a salvare la pelle o cerchi di scuotere quei poveracci, imprecando per il loro esser sordi perfino alle cannonate, per far sì che osservano insieme a te le famose regole di cui sopra? Ma avrai il tempo di fare tutto ciò? Se è pur vero che in situazioni estreme il concetto di tempo si dilata e i secondi ti sembrano ore, come in altri casi si restringe e le ore ti sembrano secondi, la realtà è che l'orologio è inflessibile: i secondi sono secondi. Non ce l'hai un minuto. Hai solo pochi istanti per avere salva la vita, la tua e quella dei tuoi cari, e in quella frazione infinitesimale di tempo di fronte all'eternità si gioca la partita con il destino. Consideriamo poi il fattore "fortuna". E qui potremmo aprire una lunga dissertazione su chi nasce Gastone e chi la malasorte lo perseguita da quando è venuto al mondo. Per non parlare poi dell'onestà. L'onestà di chi, quando ti ha tirato su quell'edificio, si è messo una mano sulla coscienza o l'ha messa sul portafoglio e al posto del cemento ha impastato con la sabbia, così per risparmiare un po' e fregarti molto. Continuo a non dormire e a fare tutti questi ragionamenti. Ho paura. Ma non per me, assolutamente. Ho paura per le ragazze, lo, bene o male, una gran parte della mia esistenza l'ho vissuta. Ho avuto tutto il tempo di fare gran parte delle cose che volevo fare. Se qualcuna non m'è riuscito di realizzare, pazienza. Posso dirmi abbastanza soddisfatta. Ma i giovani, i giovani hanno ancora il diritto di sognare, di progettare, di sperare, hanno il diritto anche di soffrire, purché vivano! E penso a loro, a quanto è stato bello farle nascere, vederle crescere bene, immaginare il loro futuro, quasi esigere che ne abbiano uno meraviglioso. Ma in questi attimi eterni tutto è concentrato sul prossimo secondo, come se fosse lui a decidere di una vita intera. Non riesco nemmeno a girarmi nel letto, perché temo che il fruscio delle lenzuola possa coprire qualche altro rumore indicativo. Sto immobile, avvolta nel turbine dei pensieri più cupi. Quando non ero madre non mi importava molto del pericolo. Dal momento che la mia prima figlia ha emesso il suo primo vagito sono diventata una fifona. Poi mi sfiora l'idea della fede. E' così che si dovrebbe dire? Sia fatta la Tua volontà? Forse chi ha una fede così profonda affronta meglio anche queste tragedie e ne vede un segno della volontà divina, imperscrutabile a noi poveri mortali? Perché i disegni di Dio sono oscuri agli occhi dell'uomo? Dunque per mettermi in pace la coscienza dovrei essere
pronta a immolarmi, secondo un ghirigoro tracciato dalla penna del Creatore, del quale non mi è dato sapere nulla, con la promessa della vita eterna? Beh, per ora questa è l'unica vita che conosco. D'accordo non sono una credente molto osservante e praticante, ma, assai modestamente, cerco il più possibile di seguire gli insegnamenti di un certo Gesù nella vita che mi è stata data, qui e ora. E poiché mi hanno sempre parlato di un Dio misericordioso, non vendicativo, vorrei tanto capire perché i suoi disegni, di tanto in tanto, non sono più giusti ed equi. Anche su questa terra ci farebbe piacere vedere i cattivi puniti e i buoni premiati. Quando mi sarà dato di fare il passo verso l'altra vita si vedrà. Per adesso Lui mi ha messo su questa crosta instabile, dove mi gioco la mia partita di essere umano, fatto di carne ed ossa. E' quasi mattina. Non vedo l'ora di accendere la TV, per sapere dove si è verificato questo sisma tremendo. Nel 1980 l'ho sentito e, contravvenendo a tutte le regole codificate, mi sono precipitata giù per le scale con tutta la mia famiglia. Allora era avvenuto in Campania, io vivevo nella mia Puglia ed è stato nettamente percepito. Questo mi è sembrato più forte e più lungo. Suppongo si tratti di una località molto vicina. Guardo la sveglia sul comodino. E1 quasi ora di alzarsi. Le ragazze hanno i loro impegni quotidiani: la prima all'università, la seconda la scuola, farà la maturità l'anno prossimo. L'anno prossimo ... dopo questa nottata quanto mi sembra relativo questo concetto..
Non ce la faccio più. Mi levo in anticipo di dieci minuti. Ho urgenza di sapere. Spero di non rivedere i soliti scenari catastrofici. Spero di vedere solo case vecchie decrepite e disabitate crollate. Spero ... non so più che sperare. Le ragazze mi sentono in cucina. Si alzano anche loro. La più piccola è stupita quando le raccontiamo della scossa. Mi dice che non ha avvertito nulla, ma che, stranamente, non è riuscita ad addormentarsi fino alle due della notte. Le dico che non mi stupisco della sua premonizione, visto che è convinta di doversi guadagnare da vivere facendo la maga, perché ha un sesto senso molto sviluppato, a detta sua. Rido un po' per sdrammatizzare e non appesantire il clima. Sono sempre vigile. So bene che ci potrebbero essere fenomeni simili a quello della nottata. Ora, però, almeno siamo tutti svegli. I tempi di reazione e soprattutto la capacità di reagire sono diversi da quelli dell'inconsapevolezza del sonno. Finalmente accendo la televisione... Non posso credere a quello che vedo... In primo piano solo macerie. Una scritta sotto le immagini: terremoto a l'Aquila. Una giornalista sta intervistando un uomo con una divisa e un casco davanti ad un palazzo che presenta una paurosa inclinazione e tanti buchi neri al posto di quelle che prima dovevano essere pareti. Solide pareti. Dove sono andate a finire? E' la "Casa dello studente". Sono attonita e senza parole, pensieri, idee. Per un attimo il mio cervello è in black out. Altre immagini scorrono. Dico con un filo di voce alle mie figlie: - "E1 uno scenario di guerra"-. Ecco dove ho già visto queste scene apocalittiche. Nei filmati che tanto mi piace guardare su Raitre nel programma "La storia siamo noi". Quelli dell'epoca, che mostrano i palcoscenici creati dalla barbarie dei bombardamenti durante le grandi guerre. Ma ora viviamo in un clima di pace, almeno così si dice. Quindi cosa mai può aver scatenato una tale distruzione? E' presto detto: scossa di magnitudo 6.3 della scala Richter. La crosta terrestre ha deciso che era ora di muoversi e... grazie al suo capriccio la Casa dello studente, la Prefettura, l'Ospedale, inaugurato neanche nove anni fa, metà delle abitazioni della zona sono diventate trappole mortali non si sa per quanti poveri malcapitati. Il bilancio è di poche decine di morti, per ora, di quelli che sono stati recuperati più in superficie. Ma sotto, sotto i palazzi di cinque piani diventati uno solo, quanti ce ne saranno ancora? Quanti ancora stanno sperando che una voce dal mondo esterno li riporti ad una vita, che non sarà più quella appena persa, ma pur sempre una vita, una seconda nascita in questa valle di lacrime? Già, perché essere dissepolti sarà molto simile a essere tratti fuori dall'utero materno, o resuscitare dal sepolcro dopo aver provato il brivido gelido della sepoltura. Cambio canale in continuazione. Mi ricordo di quanto mi sia odioso lo zapping, quando lo fanno gli altri. Ma ora devo sapere, devo sapere il più possibile. Le immagini sono le stesse, sulle reti pubbliche e su quelle private. Cumuli di calcinacci, cemento che non sembra avere nulla di armato, scorci di interni che ora non sono più tali perché nulla li delimita e ne traccia i confini con l'esterno, cupole di chiese secolari sbriciolate come fette biscottate, gente affannata a scavare, cani che si infilano nei cunicoli per individuare esseri viventi, pale meccaniche, gru, i primi superstiti in pigiama, a piedi scalzi, con l'espressione incredula di chi non ha ancora realizzato davvero cosa diavolo sia accaduto. Una parola sola mi occupa la mente: devastazione. Non me ne accorgo, ma mi scendono le lacrime. L'Aquila! Così vicino! Forse il cuore più antico della storia, della cultura, della tradizione di questa splendida regione, che è la mia seconda patria da più di un quarto di secolo.
Una sensazione strana mi scuote il cuore: sento più che in altre occasioni un forte senso di appartenenza. E' come se fossi nata qui. Il primo istinto è: prendo e vado lì, a scavare sotto quei detriti, a fare qualcosa per sentirmi utile, perché solo guardare attraverso il video mi sembra una perdita di tempo, una futilità. Poi una voce da quei luoghi, attraverso il microfono del giornalista, pare ammonire proprio me: raccomanda a chiunque di non recarsi sul posto se non è persona esperta di queste situazioni catastrofiche, perché potrebbe creare intralcio piuttosto che dare aiuto. E' vero. In casi come questi non si può essere superficiali, pur se animati dalle più eccelse intenzioni. Avrò modo di essere presente, vicina a quegli sventurati. Con la solidarietà che, senza dubbio, non mancherà da parte di nessuno in Italia. Un paese dai mille difetti, ma dal cuore puro e generoso quando suona l'appello. Sono stordita. Mi pare che nulla abbia più senso. Penso. Pian piano comincio a cercare, sebbene molto lontanamente, di immedesimarmi in chi, stanotte, ha visto in faccia la morte e le è sfuggito, in chi, stanotte, ha perso i propri cari, la propria casa, tutto ciò che, per ogni essere umano, rappresenta la propria esistenza. Penso. Non posso concepire di non rientrare fra le quattro mura della mia abitazione, non posso concepire di ritrovarmi fuori in strada per pura fortuna mentre i miei ricordi, i piccoli insignificanti oggetti custoditi con cura, perché rappresentano qualcosa della mia storia, i miei libri, i miei album fotografici, i miei quadri, i miei abiti, giacciono sotto metri cubi di fatalità. Non posso concepire di essere privata della mia identità. Se la domanda fondamentale è fatta di tre interrogativi, da dove vengo, chi sono, dove vado, e mi viene meno il primo, gli altri due sono vanificati. Io sono perché sono stato, fino ad ora, e quello che costituisce la parte materiale del mio essere stato è testimonianza necessaria e complementare alla mia memoria intcriore, al mio sentirmi sicuro, al mio senso di appartenenza a qualcosa e a qualcuno. Da quando l'uomo è diventato stanziale, abbandonando la sua condizione di nomadismo, la casa ha rappresentato la sua dimensione di uomo. Piccola o grande, sontuosa o modesta, minimalista o barocca, isolata o in centro città, ogni casa identifica chi la abita, chi vive i propri giorni sotto quel tetto, fra mura che, spesso, si invocano, quasi fossero umane, a raccontare i vissuti quotidiani di cui sono spettatrici. Quante volte abbiamo esclamato: "Se questi muri potessero parlare...!". E d'un tratto, in venti miseri secondi, tutto sepolto senza pietà!
Ma il vero, autentico dramma, non è questo. E1 quello di chi ha perso un figlio, due figli, un genitore, un parente, un amico. E' quello che si legge negli occhi smarriti, atterriti di una mamma che lì, in mezzo a quell'inferno, ripete al microfono di un cronista nomi e cognome delle sue due figlie, che sono studentesse e sicuramente non sono finite schiacciate ma sono da qualche altra parte, in salvo. In quegli occhi non c'è posto per una verità tanto orribile quanto probabile. Una mamma non può nemmeno immaginare di aver potuto perdere due figlie insieme, nello stesso istante, senza nessuna pietà da parte del Fato o di chissà chi. Intanto, si continua a scavare. Intanto, ogni minuto, la conta dei morti aumenta.
Che paradosso! Per me l'orologio scandisce la giornata come sempre, su quello schermo il tempo è fermo alle tre e trentadue di stanotte. E' ora di accompagnare mia figlia maggiore alla fermata dell'autobus. Dico alla più piccola che stamattina la porto io a scuola. Facciamo le cose come al solito: la colazione, ci laviamo i denti, ci prepariamo, indossiamo i nostri abiti, riposti negli armadi, apriamo la porta, chiudiamo a chiave, scendiamo, saliamo in auto, partiamo per le quotidiane destinazioni. Sì, ci saranno delle variazioni, delle sfumature, del resto si sa che nessun attimo è identico a quello precedente, come affermava Eraclito con il suo "panta rei", ma tutto sommato il copione rimane invariato. Solo che oggi è tutto diverso. C'è un'atmosfera sospesa, rivolta completamente alla paura di un ignoto pericolo che si è manifestato in tutta la sua violenza, violando il suo stato di latente presenza. E' quel vago senso di fine della vita, della estrema fragilità dell'esistenza che normalmente non incupisce i nostri giorni, se non forse quando siamo molto in là con l'età, ci ammaliamo seriamente, ci capita un incidente dal quale usciamo incolumi, e che pure ci sovrasta perennemente, legato com'è, indissolubilmente, all'inizio stesso del nostro venire al mondo. Ci mettiamo in macchina e, mentre procediamo, un vago senso di inquietudine mi angoscia. Sono passate pochissime ore da quella scossa. Non riesco ad essere tranquilla pensando che le mie figlie stiano lontane da me. Chiedo alla più grande di rinunciare alle lezioni per oggi, ma lei insiste che sono importanti. La vedo salire sull'autobus diretto a Pescara e le raccomando di non esitare a tornare, se non se la sente di stare in facoltà fino ad oggi pomeriggio. Non è un giorno come gli altri, questo lunedì. Poi mi dirigo a scuola con la minore. Ma, una volta arrivate, sono tutti fuori. "Ecco -dico a me stessa - non siamo soli nel terrore. In situazioni come queste non ce n'è uno che non abbia paura." Lascio mia figlia in macchina ed entro nell'ingresso per chiedere informazioni agli addetti. Mi viene risposto che non sono pervenute comunicazioni ufficiali, ma si presume che al più presto verrà disposto che le lezioni, per la giornata odierna almeno, saranno sospese. Confesso che un senso di sollievo mi rincuora. Non ci sono proprio le condizioni per stare serenamente in classe da parte degli studenti e dei docenti. Non ci sono proprio le condizioni perché i genitori possano stare tranquilli a casa. Perlomeno io sono felice che mia figlia non stia in quella classe dell'ultimo piano, nella parte dell'edificio scolastico che non è stata ristrutturata. Risalgo in macchina e andiamo a fare la spesa al centro commerciale. E ancora una volta quel senso di stordimento, come ci stessimo muovendo in un film. Noi a fare la spesa, mentre a centocinquanta chilometri, praticamente ad un passo da casa, questo concetto è diventato fuori da ogni logica, alle tre e trentadue di stanotte. Verso le dieci, mia figlia mi avvisa che tornerà da Pescara fra un'ora: le lezioni sono state quasi tutte cancellate e poi non se la sente oggi di rimanere lontana da casa. Un altro sospiro di sollievo.
La giornata trascorre come in un limbo. Incredulità, stupore, angoscia, tristezza, mentre le immagini di tutte le reti tv, le trasmissioni radiofoniche, il mondo del web diffondono con più nettezza la realtà di quello che è accaduto. Intanto le vittime salgono vertiginosamente, ma una autentica esplosione di gioia allieta il cuore quando si tirano fuori da quelle macerie persone ancora vive. Si sentono gli applausi di chi è lì, a scavare, a sperare, a lottare. Ora è solo questo che interessa: salvare vite umane. Non c'è tempo per pensare ad altro. Guardi quelle montagne di polvere, pietre, ferri contorti, resti di vita e attendi che un applauso saluti una rinascita. A proposito, è la Settimana Santa. Domenica è la Pasqua di Resurrezione. Non ho voglia di occupare la mia mente in altro che nell'aggiornamento delle notizie. Intanto le scosse continuano a martoriare quei luoghi così tanto provati. Un'altra, di intensità ragguardevole, pochi punti sopra i cinque Richter, l'abbiamo sentita anche noi intorno alle ventuno. Sono rimasta stranamente calma, sebbene terrorizzata. Nel palazzo di fronte al nostro gli inquilini si sono riversati in strada. Eppure è una bella costruzione, recente, all'apparenza solidissima. Ma quando la terra trema, non c'è razionalità umana che tenga. E' la paura a farla da padrona.
Guardiamo la tv fino a tardi. Trasmettono in diretta dai luoghi del sisma. E' un modo come un altro per sentirsi presenti e partecipi di questa immane tragedia. Poi decidiamo di andare a dormire. Chissà perché la notte amplifica le paure. Sarà il buio, che ti rende meno pronto ad agire, che ti sta addosso come una cappa soffocante, che ti priva della luce e della lucidità, saranno timori atavici di fronte alle forze della natura. Non sono sicura che riuscirò a dormire sonni tranquilli e profondi. Ma non c'è altro da fare che accucciarsi nel letto e pregare che il "mostro", come ho sentito apostrofare questo catastrofico terremoto, ci lasci in pace, almeno quando siamo più indifesi contro di lui. Mi infilo sotto il piumone. Lì, all'Aquila, è come se fosse inverno. Io sono al caldo, loro devono sopportare i sotto zero della notte, all'aperto, nelle auto, dove capita, con il ciclo stellato a fare da tetto. Oltre agli altri innumerevoli disagi. Penso a quella gente. Penso alle mie ragazze, a due passi da me, che, prima di addormentarsi, mi hanno chiesto se possono stare tranquille. Le ho rassicurate che non accadrà nulla. E' dura essere madri. Vorresti gridare che hai più paura di loro e per loro. Ma non puoi, devi mostrarti forte e impavida. Non puoi accrescere i loro timori e le loro ansie. Devi tenere le tue e caricarti quelle dei tuoi figli. Non riesco a prendere sonno e, come la notte precedente, sto in allerta. Il mio udito, i miei sensi sono concentrati al massimo su tutto ciò che potrebbe non rientrare nella normalità. Evito persine di respirare troppo forte. Devo ascoltare. Poi, molto tardi, vinta dalla stanchezza, mi addormento.
E' la mattina del 7 aprile 2009. Il giorno dopo. Viviamo di notizie. Purtroppo i morti aumentano di minuto in minuto. Per ora non si può fare altro che continuare a scavare e a sperare. Si dice che queste operazioni andranno avanti fino a domenica, Pasqua di Resurrezione. Sono le ore dell'emergenza. Bisogna pensare ad alloggiare il meglio possibile gli "sfollati". Anche questa parola mi rimanda ai documenti storici sui tempi bellici. Migliaia di volontari sono partiti da ogni parte d'Italia. Anche il paese in cui vivo ha inviato una squadra di protezione civile. Certo ci vuole tempo. Non è impresa facile cercare di dare un'apparenza di vita normale a decine di migliaia di esseri umani. Quello che nella ripetitività del quotidiano ci sembra assolutamente scontato, evidentemente crea notevoli problemi in situazioni di emergenza. Non è così semplice dare un riparo confortevole sotto tutti gli aspetti e cioè, oltre ad una parvenza di dimora, luce, acqua, cibo, vestiario, medicinali, cure mediche, ogni più piccola cosa della quale, in condizioni serene, nemmeno ci accorgiamo. Devo dire, se vado indietro nella memoria, che mi sembra esserci stata una attenzione e una sollecitudine più forte rispetto ad altri eventi simili. O sarà che sono più adulta e le cose le vedo da un'angolazione diversa. In ogni caso l'importante è intervenire con tempestività e abilità organizzative specializzate. Credo che, almeno questo sì stia facendo. Nel frattempo le scosse continuano. Si dice che sono quelle di assestamento. Ma, a noi profani, sembrano un po' troppo simili alla prima, quanto ad intensità. La giornata scorre e si avvicina la sera. E' di nuovo ora di andare a dormire. Il meritato riposo è diventato il momento dell'inquietudine. Questa notte l'ho sentita solo io. Il vetro della porta del bagno che tintinna. Il letto balla sul pavimento. Apro gli occhi terrorizzata. Resto immobile. Aspetto che finisca. Il prima possibile. Anche perché nessuno mi ha chiamata. Che faccio? Mi metto a urlare e mi precipito in camera delle ragazze? Chi sveglio per prima? I letti sono a castello. La precedenza a chi dorme su perché abbia il tempo di scendere quella scaletta o sperare che urlando si levino tutti? E poi ci precipitiamo per le scale, abitiamo al secondo piano, o ci infiliamo sotto il tavolo del soggiorno? Sono paralizzata. Mi giro verso la sveglia: le due e cinquantaquattro dell'otto aprile. Sembra che il mostro si sia fermato. Da un lato mi consolo, pensando che ormai gli edifici all'Aquila sono vuoti, almeno di quelli che sono scappati lunedì, dall'altro mi angoscia il pensiero di nuovi crolli che potrebbero aver compromesso l'opera dei soccorritori. Cerco di immedesimarmi in chi l'ha sentita lì, sul posto, la scossa. Se qui è stata così forte, quanto più terrificante è stata sull'epicentro? Vorrei provare a immaginare, con un grande sforzo empatico, ma se solo mi ci avvicino cedo alla paura. Ripenso a quella signora che ha raccontato come il pavimento le crollasse sotto i piedi mentre scappava fuori. E' proprio vero che se non le vivi sulla tua pelle le cose non le puoi capire.
E' il venerdì Santo. I morti sono più di duecentonovanta. Molti sono tornati ai luoghi d'origine per ricevere sepoltura. Stamattina alle undici, nel piazzale della Scuola della Guardia di Finanza a Coppito, a due passi dal disastro, la scena è surreale: duecentocinque bare allineate per i funerali di Stato. Quante sono bianche! La più piccola, con il corpicino di un bimbo di pochi mesi, è stata messa su quella più grande che contiene i resti della sua mamma. Oggi è il giorno del lutto nazionale. Oggi è il giorno della preghiera. Oggi è il giorno in cui ognuno di noi dovrebbe riflettere anche solo per un attimo sul senso della propria esistenza, sui propri limiti, sul proprio egoismo. Io guardo quella sterminata distesa di vite stroncate e piango per chi non c'è più, ma soprattutto per chi dovrà continuare a vivere con ferite che sanguineranno per sempre. Una grande folla silenziosa assiste. Compostezza nell'immenso dolore. La perdita di una persona cara è sempre un evento lacerante. Ma queste vite non sono venute meno per motivi "ineluttabili". Queste sono "vittime". Di che cosa?, ci si comincia a chiedere. Del terremoto o della cattiva coscienza di carnefici dalle sembianze umane?
Sono passate quasi due settimane. Il numero dei morti è salito a 295, compresi un paio di poveracci che sono stati tratti in salvo dalle macerie, ma che sono poi deceduti a seguito dei traumi riportati nei crolli. Adesso è il momento di rendere giustizia. La superficie sulla quale costruiamo le nostre manie di grandezza non è altro che una "crosta", sottile, instabile, sospesa su un nucleo di magma, che sul più bello si spacca, si sposta, si solleva. Sappiamo che c'è una mappatura delle zone soggette a eventi di questo genere. Sappiamo che non c'è altra prevenzione, date le circostanze, se non edificare seguendo regole ferree o non edificare affatto, in determinati territori. L'uomo non è ancora Dio. Non può comandare alla Terra di placarsi. Ci continuano a dire che i terremoti non sono prevedibili. Non è dato sapere quando, dove e come. L'unico modo per essere sicuri che facciano il minor danno possibile, a meno che non decidano di inghiottire letteralmente tutto ciò che l'uomo ha costruito, è agire con onestà e rispettare le leggi. Non è concepibile che, in nome delle stramaledette esigenze economiche, si sacrifichino sull'altare delle gare al ribasso vite umane che, a questo punto, valgono meno di un quintale di cemento. Non è concepibile che un ospedale inaugurato "solo" nove anni fa, anche se avevano cominciato a costruirlo trent'anni fa, storia tipicamente italiana, e il cui costo è "stranamente" lievitato da 11 miliardi delle vecchie lire a 200, si sia sbriciolato. Non è concepibile che la Casa dello studente sia scomparsa dalle carte topografiche, seppellendo quasi una decina di ragazzi. Non è concepibile che case di recente costruzione o ancora in fase di costruzione siano implose. Secondo gli esperti, quando una struttura edificata crolla o sono stati eseguiti male i lavori, o i materiali erano scadenti, o non sono state rispettate le regole prescritte per elevare un edificio. In una parola: ci sono delle responsabilità. Squisitamente umane. Queste responsabilità vanno accertate. Questa gente ha bisogno di risposte per dare un senso alla sciagura, per poter reagire e andare avanti. Altrimenti sembrerà tutto molto più cinico e inaccettabile. Si può combattere contro un terremoto, ma non contro l'ignomìnia e la disonestà di un codardo che striscia nell'ombra dell'impunità. L'Abruzzo è una terra di montagna. La gente qui è abituata a lottare, alla vita dura, al sacrificio. Ebbene, questa gente ha già ricominciato a sperare, si è rimboccata le maniche e vuole vedere la propria terra rinascere più bella di prima. Sorgeranno nuovi edifìci. Si recupereranno le bellezze artistiche martoriate dal mostro, testimonianze delle proprie origini e delle proprie radici. La vita ha già ripreso il suo corso, nonostante tutto. C'è sempre un futuro quando il cuore non cede alla disperazione. Ma quel futuro non potrà e non dovrà dimenticare. E su quelle macerie nasceranno nuove storie di uomini.
Quasi due settimane da quel terribile 6 aprile. Le scosse continuano. Il lavoro di ricostruzione sarà lungo e difficile. Perché ci vogliono vite intere per realizzate, sogni. E venti secondi per distruggerli.