domenica 14 luglio 2013

Perciò veniamo bene nelle fotografie

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Qualcuno ha detto di non fidarsi di chi non ama la poesia. Personalmente mi ritengo affidabile ma non amo la poesia. Forse la penso come la figlia, ancora piccola, di Ronald D. Laing, autore della geniale raccolta di poesie Mi ami; la piccola, sfogliando quel libro, gli disse: “Papà, ti hanno fregato! Nel tuo libro c’è più bianco che parole!”.

Credo che sia per questo che la poesia non mi attira: amo le pagine utilizzate per intero; ho bisogno che i pensieri siano esplicati nel modo più completo e chiaro possibile e non criptati in diciassette parole.

Poi ci sono, anche per me, le eccezioni. Fu così per Elio Pagliarani e la sua”Ragazza Carla”; è così oggi per il romanzo in versi di  Francesco Targhetta: Perciò veniamo bene nelle fotografie.

E’ la storia di un aspirante professore che si trova a vivere con altri trentenni costretti a far vita universitaria, o a tornare nella casa dei genitori per un periodo, a rincorrere amori mentre è ‘rincorso’ dalle bollette, con tutto il senso di fallimento conseguente che conosciamo.

E’ la storia della provincia e della precarietà. Precarietà che è sostituibilità nel mondo del lavoro: se tu non vuoi fare qualcosa c’è sicuramente qualcun altro che accetterà di farlo al tuo posto.

Perciò veniamo bene nelle fotografie: perché siamo fermi, nelle sabbie mobili di una vita su cui non abbiamo controllo, persi. E, come in una fotografia, in questo libro le forme sono nette, ogni parola è necessaria come i contorni delle cose. Cambia solo il senso di movimento: questo libro scalpita senza senso di persecuzione, come istantanee di vere vite che spesso parlano più con i vuoti e silenzi che con le parole.

 

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