lunedì 6 febbraio 2012

Charles Dickens

Duecento anni or sono nasceva a Portsmouth Charles Dickens.

Giornalista e romanziere inglese, è tra gli autori più conosciuti, anche in Italia, dal grande pubblico.

Chi, della generazione dei cinquantenni ed oltre, non ha pianto leggendo, magari in edizione ridotta, le disavventura di Oliver Twist o di David Copperfield? O non ha riso vedendo in televisione le avventure del Circolo Pickwick?

Ma soprattutto chi di noi, la notte di Natale, non ha compatito il cattivo Scrooge, riproposto in decine di versioni cinematografiche?

Strano destino quello di Dickens: osannato dai lettori durante la sua vita è stato snobbato e deriso dagli intellettuali inglesi; Virginia Woolf lo ha definito “scrittore inconsapevole”, ed è arrivata a dire “è uno scrittore per tutti e non è lo scrittore di nessuno in particolare; è un istituto, un monumento, una strada pubblica continuamente calpestata da milioni di piedi”.

A Dickens veniva rimproverata soprattutto la sua istruzione non universitaria, tanto che, sempre la Woolf,  aggiungeva che la simpatia di Dickens nei confronti dei suoi personaggi viene meno ogni qualvolta uno di loro può disporre di oltre duemila sterline di rendita all’anno o ha studiato all’università.

Eppure, forse per questo, a me Dickens è simpatico e mi chiedo perché in Italia non sia mai nato un autore capace di chiedere al suo lettore impegno sociale e cambiamento morale attraverso la narrativa.

Giulio Ferroni, autore di: ‘Scrittura a Perdere. La letteratura negli anni zero (Laterza)’, afferma: ”Possiamo individuare tre motivi principali. Il primo: in Italia è mancata la grande esperienza (grandissima invece in Inghilterra) dei romanzi del ‘700, epoca in cui da noi era ancora forte il peso del classicismo. Il secondo: è arrivata più tardi in Italia quella società industriale così piena di problematiche, ricca di cose nuove ma anche laceranti, che Dickens analizza nei suoi romanzi. Il terzo: è mancato il pubblico. Dickens poteva rivolgersi a un pubblico vasto e vario, che in Italia non c’è stato per il diffuso analfabetismo.”

Pure, occorre dirlo, alla fine del 1800 in Italia abbiamo avuto scrittori che possono essere paragonati, in parte, a Dickens: De Marchi, De Roberto, Verga.

Oggi la società postindustriale con le sue contraddizioni è in crisi e un Dickens contemporaneo avrebbe sicuramente di che raccontare. “Ma oggi –continua Ferroni- c’è una gran confusione e per quanto riguarda la letteratura è tutto parcellizzato, gli scrittori vivono nei loro culti separati, mente Dickens si rivolgeva a un pubblico globale” e ancora “ La grande letteratura nasce dalle grandi contraddizioni, dalle grandi difficoltà. Non so se può nascere dagli scrittori allevati in terra, o dai molti che escono dalle scuole di scrittura, pur se bravissimi”.

Per concludere: mentre  Dickens narrava di quello che viveva e lasciava al lettore il giudizio “morale” oggi si parte da un pre-giudizio e intorno si imbastisce una storia.

Beh, è un’altra cosa.

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